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RECENSIONI 
Beatrice Menozzi
Emersioni.(2003)
Stefano Fugazza
La tensione nello spazio.(2003)
Carlo Francou
Penetrare il mistero dell'esistenza.
(2001)
Milena Milani
Arte, dono infinito.
(1991)
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Dal catalogo della mostra personale
alla Galleria LIBA di Pontedera (PI).
Quella di Franco Pizzi (Saliceto di Cadeo, Piacenza, 1943) una storia
che va narrata, una vicenda artistica che bisogna raccontare, più
che interpretare. Salutato già nel 1973 da Mario Ghilardi come giovane
valente pittore, Franco Pizzi subisce nello stesso anno la fascinazione
della terza dimensione, complice l'incontro e l'amicizia di Lodovico Mosconi.
"Si può dire che il mio amore per la scultura sia nato allora,
con il crescente gusto del gesto della modellazione, della terza dimensione,
del sentire la mano dentro la materia viva da cui trarre un racconto di
ritmi, di spessori lisci e levigati (.....) in un'interpretazione formale
estremamente libera, tutta mia, senza iconografia, di atmosfera quasi
astratta ma attraversata pur sempre da persistenti attenzioni al realismo
figurativo della natura".
Questo Pizzi diceva di sè, aprendo la sua stagione del "Primo amore",
quella romantica, istintiva legata alla "filosofia del fiore", intimamente
legata più ad uno stato d'animo complessivo, che ad una intenzione
di rappresentazione. E' una felicità nel leggersi dentro ben sintetizzata
dalla dichiarazione dello stesso artista che rivela il suo entusiasmo
dopo aver incontrato la sua dimensione espressiva: "Tutto ciò che sa di
angoscia e di tragico mi disturba e mi opprime, esistere non vuol dire
soltanto soffrire e dannarsi l'anima ma anche gioire, volare alto, conquistarsi
un po' di felicità". In questo atteggiamento Pizzi dimostra la sua onestà
intellettuale e il suo coraggio. Tutto il Novecento infatti si ubriacato
di negatività, di introspezione cannibalesca, di avvilente nichilismo,
dopo la colorata, rumorosa, incredibile avventura del Futurismo e della
sua grande, irresponsabile spensieratezza.
L'opera di Pizzi significa una lunga stagione ricca di suggestioni evocative,
carica di una sensualità ravvisata anche da Milena Milani nel 1990, un
lungo periodo di apprendimento, di calibratura, di sensazioni interiori,
di ascolto.
Una fascinazione per il concetto stesso di scultura, un oscillare tra
il polo della figurazione allusiva ("Figura fiore", 1983) e quella descrittiva
("Giglio Farnese", 1981), continuando negli anni questa ricerca di una
dimensione propria, seguendo solo
l'impulso della passione, del convincimento. Tale atteggiamento di carattere
personale si conferma, quasi quindici anni dopo, anche nelle figure intere
("Adolescente", 1996, "Raffaella", 1997) o nel richiamo alla suggestione
del fiore (Fiore–lampada votiva, 1997).
Franco Pizzi quindi segue Franco Pizzi che, a sua volta, insegue un significato
proprio di scultura, solo apparentemente cercando sè stesso, solo riproponendo
questi interrogativi tra sè e sè. Senza una apparente via di fuga verso
l'alto, verso l'altrove rispetto a sè, pur restando, da scultore, quel
che nel 1973 diceva Ghilardi del Pizzi pittore "Un figurativo moderno".
Poi a riprova che la storia di Franco Pizzi la storia di una passione,
l'indole a rivelare l'artista la strada che sale. Enio Concarotti, nel
1986 diceva "Dai un pò di bronzo in mano a Franco Pizzi e lui te lo mette
in movimento", e ancora Beatrice Menozzi, più di dodici anni dopo:"Il
sogno di Franco Pizzi stato da sempre quello di trasmettere alle figure
scolpite la vibrante trasparenza di un tocco di pennello, cio il sacro
fuoco della pittura". L'artista quindi non insegue le mode non emula le
tendenze, non insegue padri e parenti stretti che lo conducono verso dinamismi
futuristi, o intimismi romantici o collegamenti neoclassici. L'artista
segue la sua passione. L'artista segue la sua passione che si sposta,
come nei vasi comunicanti, da quella legata alla pittura, trasferendosi
tout–court nella scultura, nuovo amore. E la passione lo ripaga
dei molti anni passati ad ascoltarla intimamente, senza compromessi, senza
le facili scorciatoie dell'epigonismo.
E' del 1997 la possibile svolta, definitiva, nelle opere di Franco Pizzi,
quando le figure ricominciano a fluttuare, come nei dipinti di venticinque
anni prima.
"La nuvola" e "Sulle nuvole", due bronzi di quell'anno, ridonano leggerezza
alla rappresentazione, conferendo simmetricamente personalità alla descrizione.
Nascono opere che portano in loro una cifra definitiva..."La grande aspirazione
I II" del 1998 sono alfine rivelatorie della sensibilità trovata, della
passione risolta nella leggerezza, nel minimale rappresentano senza eccessi,
nel fluttuare delle forme, solcate dal vento impettuoso del significante
trovato ("I poeti", "Omaggio a Goya", 1999. "Piccolo branco", "Dove andiamo",
2000. "Emersione", "Vortici", 2002).
E tanto pi queste componenti restano bilanciate tra loro, senza il prevalere
dell'una sull'altra, quanto più la cifra di Pizzi diviene identificabile
e risolta, tanto pi la figura fluttua, abbozzata, raggruppata, tanto più
le tensioni espressive dell'artista trovano la loro giusta misura, in
una sorta di contrappeso espressivo.
La storia di un'artista, la sua passione per l'arte, del suo lavoro sincero,
continuo, salvatico. Un altro artista, un altro racconto, altre opere
in giro per il mondo a raccontare la loro storia...
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BEATRICE MENOZZI
Emersioni. Dal catalogo
della mostra personale alla Galleria 8,75 di Reggio Emilia.
Gli annali della sapienza tibetana raccontano
che il monaco Lao Tse un giorno si sia bloccato, impietrito di meraviglia,
davanti alle sculture del confratello Song, vibranti di levità e luce,
e si sia lasciato sfuggire questo commento ammirato: Song, invece di dedicarsi
alla costruzione dei corpi, si preoccupa soprattutto dell'aria che li
circonda. Proprio come fa oggi Franco Pizzi, artista Piacentino diplomato
all'Istituto d'Arte Toschi di Parma: e sembra strano, perchè da sempre
la scultura tradizionale tesa nello sforzo di ghermire lo spazio, l'aria,
di fagocitarla e ristrutturarla attraverso la plastica delle forme, la
solidità dei volumi in espansione, la pesantezza di una materia che, pur
resa lieve dall'alito dell'arte, proprio nell'avere i piedi saldamente
piantati per terra ha il suo riscatto sul vuoto, cio sul nulla.
Invece i fiori, gli animali, gli uomini di Franco Pizzi gravitano con
la testa fra le nuvole: non tanto e non solo per la dolcezza trasognata
di certi ritratti (Il contatto) che sembrano rapiti in un racconto interiore,
ma anche e soprattutto perchè essi davvero ambiscono, e riescono, a spiccare
il volo. Nell'innalzarsi sopra la forza di gravità che li incatena a terra,
la materia di cui sono fatti, bronzo o terracotta, si sfalda a contatto
con l'atmosfera e sgranandosi si intride di aria e di luce, si apre in
un ventaglio che non uccide il volume dei corpi bensì lo espande e lo gonfia,
libero di fluttuare come un soffio........
Perciò, al posto di strutture solidamente inpiantate nello spazio a colpi
di scalpello, abbiamo sculture che nello spazio sembrano dipinte. Dipinte
con una tavolozza di matrice espressionista, talvolta anche informale.
Al punto che certe sagome biforme, certe
lamine ritorte, evocano i turgori materici di Leoncillo, certi fiori le
volute organiche di Ans Arp. Senza alcuna vis drammatica, per,
e senza intento polemico: piuttosto con un'attenzione inconscia agli stilemi
del tardo–romanticismo, sociale che ha trovato in Medardo Rosso
il suo alfiere, in Franco Pizzi un moderno simpatizzante.La genesi dell'opera
avviene lentamente, pausa dopo pausa, lasciando decantare il materiale
e l'impulso dell'ispirazione: eppure la resa espressiva suggerisce simultaneità,
istantaneità di passaggio dalla visione alla creazione, dall'occhio alla
mano che plasma, effetto che arduo ottenere in scultura dove, ancor più
che in altre discipline, a risponder la materia sorda.
Pizzi non ambisce a catturare l'eterno; o meglio: preferisce eternizzare
l'attimo, l'attimo di un espressione, di un movimento, di un palpito di
vita prima del disfacimento. Perchè sa che la sola certezza che abbiamo.
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STEFANO FUGAZZA
La tensione dello spazio.
Dal catalogo della mostra personale di Franco Pizzi alla Galleria “Rosso
Tiziano” ...Uno
scultore potrebbe infatti essere attratto dall'ideale classico per cui
il corpo umano diviene sinonimo di un'universale armonia, esempio sublime
di una perfezione a cui l'umanità dovrebbe tendere, nel fisico
e nello spirito; oppure potrebbe provare un tale disgusto per quanto di
corrotto e di malvagio c'è nell'uomo da rifiutarne qualsiasi idealizzazione,
attestandone invece la finitezza, la miseria, l'imminente degrado.
Niente di tutto questo in Pizzi, il quale si muove in un terreno spirituale
che rifiuta gli estremismi e che continua a credere nei valori di un'umanità
alla quale non mancano riserve innumerevoli di valori, di tensioni ideali,
di speranze. Ciò nonostante,l'uomo rimane ben ancorato alla terra,
e dunque alle terrene miserie e agli inevitabili contraccolpi derivanti
dal fatto di vivere in un mondo “in cui l'azione non è sorella
del sogno”.
Il nostro scultore riesce a rendere appieno questa duplicità dell'uomo,
questo suo dipendere da nature affatto differenti. Non è un caso
se le figure da lui scolpite volgono talora lo sguardo verso l'alto, o
sollevano le braccia in un gesto di aspirazione, che vorrebbe stabilire
un collegamento con la parte superiore, il cielo, il mondo più
puro che ci piace immaginare possa esistere sopra di noi..........
Tutto questo pensiero, ed è la cosa più importante, viene
manifestato con l'immediatezza di un linguaggio eloquente ma non retorico,
attraverso i mezzi propri di una scultura che, prima di tutto, affronta
e risolve determinati problemi tecnici, trovando nella materia stessa,
nei suoi sbalzi e nelle sue anfrattuosità, occasione di significato.
Pizzi modella con grande abilità, dimostrando vigore espressivo
quando tornisce le sue figure a tutto tondo, ma anche concedendosi sottigliezze
e rese più analitiche, esalta la luce, da osservare con attenzione
su tutto prevalgono il gusto per la bella materia e il movimento che viene
attribuito alle forme, le quali si presentano secondo prospettive diverse,
in una bella varietà di situazioni, e con delle estensioni, attraverso
una sorta di voluta increspata o attraverso altri mezzi plastici, da cui
dipende una tensione spaziale che costituisce – si direbbe –
lo specifico di questa scultura modernissima e al tempo stesso così
capace di confrontarsi con la tradizione.
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CARLO FRANCOU
Penetrare il mistero dell'esistenza.
Dal libro “Nei laboratori dell'arte”
tep ed. d'arte – Piacenza. Un
quadernetto sgualcito con alcuni disegni tracciati a pastello. Un paesaggio
egiziano con le piramidi e un minareto, un ritratto appena abbozzato,
un veliero che a vele spiegate naviga verso chissà dove, sulle
pagine bianche, ma ormai ingiallite, di quel piccolo atlantino qualcuno
a tracciato degli schizzi tra una carta geografica e l'altra. In ultima
pagina la tavola del mar Mediterraneo orientale ed i contorni frastagliati
della Turchia con le isole dell'Egeo. “Mio padre Giuseppe
era un insegnante di scuola elementare e durante la guerra con il grado
di tenente del genio pontieri fu inviato proprio lì, nel Dodecanneso.
Morì a Kos, nell'Egeo, fucilato dai tedeschi dopo l'otto settembre”.
Giuseppe Pizzi, padre dello scultore Franco e della pittrice Gaby partì
nel marzo del quarantatre per il fronte in Grecia. A giugno dello stesso
anno nasce Franco ma cinque mesi dopo il plotone di esecuzione metterà
fine ad una vita troppo breve.“Per noi, soprattutto da ragazzi,
l'unico ricordo di nostro padre erano le sue fotografie e questo piccolo
libricino che sfogliavamo con nostalgia”.
L'immagine idealizzata del padre ha preso forma in una scultura che l'artista
ha realizzato nel 1978 per il sacrario di Sermoneta in provincia di Latina:
un monumento ai caduti dell'Egeo in cui campeggia la figura stilizzata
di un condannato alla fucilazione ripreso proprio nell'attimo del supremo
sacrificio, con i fori dei proiettili che ne oltrepassano il corpo ed
il volto trasfigurato con la bocca socchiusa in un ultimo anelito vitale
e dietro il tronco di un albero, forse a ricordare il sacro legno della
Croce, simbolo di un altro Sacrificio.
Nei suoi lavori, e non solo in quello appena descritto, Pizzi trasferisce
i propri stati d'animo, le proprie sensazioni, i propri convincimenti.
Sempre ci si trova di fronte ad opere da cui traspare un carattere schivo,
discreto, più portato ad interiorizzare che ad esprimersi in modo
estroverso...............E ci mostra una scultura che a intitolato “I
profughi” e che rimanda alla Bosnia, al Kosovo, a Timor Est, popoli
interi che si spostano, profughi che fuggono a violenze di ogni genere.
In questi lavori c'è più introspezione, Pizzi ha abbandonato
i fiori per qualcosa di più profondo che va alla radice senza per
questo dimenticare completamente il lavoro precedente................Avvicinandoci
alla porta dello studio per salutarci lo sguardo corre per un attimo al
tavolo sul quale è rimasto il piccolo atlantino con i disegni del
padre; Pizzi non l'ha mai incontrato ma forse a pensarci bene lo incontra
ogni volta che muove la materia tra le mani per creare una nuova opera,
ieri come domani.
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MILENA MILANI
Arte, dono infinito.
Dal “Il gazzettino di Venezia" (1991) – mostra di Franco Pizzi
a Cortina d'Ampezzo.
.....Talvolta pensavo che i fiori, nelle loro forme sublimi, avvrebbero
potuto crescere, ingigantirsi, diventare sculture, monumenti. Tutto era
già inventato, esisteva sulla terra, sotto la luce del sole. Bastava
saper guardare, assimilare quei contenuti, quelle linee, così nuove,
eleganti, sensibili, e le sculture–fiore
avrebbero avuto lunga vita, per la gioia di ognuno di noi.
All'ombra di stami e pistilli, di eterei steli, di calici soavissimi,
sarei rimasta tranquilla perchè avevo trovato il mio riparo, quell'oasi
sbocciata e ferma, che non avrebbe avuto una fine, un decadimento.
Lo scultore Franco Pizzi, artista visionario, ha fatto suo il mio desiderio,
lo ha realizzato a mia insaputa, e ora con le sue fusioni a cera persa,
offre a me e a tutti queste sculture di bronzo dorato, esemplari unici,
che hanno la levità di veri fiori, di quei sogni dagli strani nomi:
giglio d'acqua, pervinca, stella alpina , mughetto.....
Parole estrose, sillabe dolci, che io pronuncio ammaliata, perchè
ricordo quanto diceva mio padre, e anche il pittore Filippo de Pisis che
conosceva il latino, e per ogni fiore aveva quello giusto senza sbagliarsi
mai.
De Pisis dipngeva spesso i fiori, una volta per me fece un acquarello
dove c'erano alcune zinnie in un bicchiere, me lo regalò a Venezia,
eravamo nel suo studio a San Barnaba.
I fiori hanno tanti poteri, e le sculture–fiore li raddoppiano,
li centuplicano. A Cortina d'Ampezzo, dove Pizzi espone le sue opere,
c'è questo vago mistero di sessualità. I fiori sono il complesso
degli organi di riproduzione delle piante fanerogane, organi differenziati
maschili e femminili, racchiusi all'interno, ma anche manifesti, visibili,
teneri e orgogliosi insieme,
fulcro della vita, lampo di poesia, di fantasia. Pizzi li ha spiritualizzati,
come se avessero un alone musicale, un brivido di note insistente, qualcosa
che si distacca dalle strutture per comunicare con il mondo soprannaturale.
Estasi? O fuoco che brucia non chiediamo spiegazioni, anch'io accetto
quello che vedo, perchè le trasformazioni avvengono non si sa come,
per imperscrutabili vie. Quelle dell'arte, dono infinito.
Cortina d'Ampezzo, 29 novembre 1991
Foto Monumento "Ragazzi del Brentei" –
Piacenza.
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